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Alfredo Trigona ha 31 anni, una laurea in psicologia e una in sessuologia, quattro master, e la specializzazione acquisita per bambini e bambine con autismo e gravi diagnosi comportamentali. Alfredo lavora con la qualifica di educatore in una scuola primaria di Selva Candida, alla periferia nord-ovest di Roma, nel quattordicesimo municipio, al limite del raccordo anulare.

«Ho un contrato a tempo indeterminato, ma part-time, a 31 ore, e arrivo a guadagnare circa 1.150 euro. Io mi ritengo quasi fortunato perché sono assunto da una cooperativa, l’Eureka, che è puntuale nei pagamenti e solida nella struttura, ma quando lavoravo nella città della Sicilia in cui sono nato, Enna, prima di trasferirmi qui, lavoravo in nero, non avevo un contratto, lì molti operatori lavorano a partita iva», dice Alfredo, mentre sventola la bandiera di un sindacato di base, e si trova in Piazza Apostoli, nella capitale, alla manifestazione convocata per oggi da Adl Sial Cobas e Sgb, le Clap, i Cub scuola università e ricerca, e l’Usb.

L’uomo oggi ha aderito allo sciopero perché «vorrei un contratto che ci permettesse di guadagnare uno stipendio tutto l’anno», racconta a Domani: «Da giugno a settembre, infatti, la mia busta paga è sempre pari a zero. Perché le scuole sono chiuse. E così cerco di guadagnare uno stipendio lavorando d’estate nei centri estivi, con altre cooperative».

Il sistema

Accanto ad Alfredo, altre tre donne di tutte le età, sue colleghe nella stessa scuola con la qualifica di Oepac, come vengono definite queste figure professionali nel Lazio, dicono: «Non siamo riconosciuti dal sistema scolastico, anche se lavoriamo all’interno delle scuole pubbliche. Ed è questo il vero nodo della protesta: l’invisibilità in cui si trovano qualche centinaio di migliaia di questi lavoratori e lavoratrici in Italia; una grave condizione che è confermata dalla delegata romana dei comitati di base Moira Aloisio della Confederazione unitaria Cub scuola, che di queste persone riferisce «che è come se lavorassero a cottimo, perché se il bambino non va a scuola, l’operatore va a casa e non viene pagato».

Il sistema funziona così: i contratti che vengono siglati dai lavoratori di alcune cooperative che lavorano per la scuola su mandato del comune di Roma sono in media di 12 ore, poi vengono loro riconosciute le integrazioni salariali, man mano che durante l’anno vengono assegnate alle coop ed associazioni le ore restanti del servizio che è riconosciuto dal comune con un finanziamento di 90 milioni di euro l’anno.

Si tratta di un meccanismo a causa del quale, come già raccontato da Domani, il lavoratore perde più di un migliaio di euro l’anno di mancati guadagni, anche sul trattamento di fine rapporto. Ma che permette ai datori di lavoro di risparmiare. E poi ancora, racconta a Domani Moira Aloisio: «Non solo i contratti siglati sono per la maggiore part-time, ci sono anche le partite iva e i contratti di collaborazione, anche se sarebbero vietati dal regolamento; è il far west, si tratta di un lavoro, come viene spesso considerato il lavoro di cura, che è una sorta di lavoretto, un impiego da donna e, dunque, le condizioni anche economiche possono essere inferiori, ci possiamo accontentare perché siamo donne», conclude.

«Lavoro da donne»

È la stessa cosa che mi fa notare Marcello Conti, un educatore di 46 anni. “Asacom Sicilia”, sull’isola si chiamano così gli assistenti alla autonomia e comunicazione che lavorano con alunni e alunne che hanno una disabilità. «Vedi, in 20 anni di lavoro, non so cosa significhi prendere uno stipendio in maniera puntuale. E questo avviene per un fatto culturale, in questo settore le donne sono l’80 per cento, non sono i capifamiglia che devono portare lo stipendio a casa».

Marcello, che lavora con una cooperativa a Noto, in provincia di Siracusa, e non prende lo stipendio da tre mesi perché il comune non paga la sua coop da otto mesi, è convinto – e ha buone ragioni a pensarla così – «che nelle intenzioni di molti amministratori comunali siciliani le cooperative sociali potranno aspettare di ricevere i soldi del servizio erogato pure per un anno, un anno e mezzo. È quello che accade in alcuni comuni».

È il motivo per cui la vecchia cooperativa per cui Marcello ha lavorato dieci anni, è fallita, lasciandosi dietro una montagna di debiti. E ora l’uomo aspetta una sentenza del tribunale perché gli vengano riconosciuti 45000 euro di soldi arretrati dal comune del siracusano per cui lavorava, tra Tfr e stipendi.

«Il mondo della cooperazione sociale è un far west»

«La situazione è disastrosa, ed è un eufemismo, sia per quanto riguarda la condizione degli operatori, sia rispetto al diritto dei bambini e delle loro famiglie ad usufruire di un servizio stabile ed efficiente» dice a Domani senza timore di smentita Germano Monti, a due anni dalla pensione dopo aver lavorato 30 anni con i minori a rischio delle periferie romane, con quelli reclusi a Castel di Marmo, infine, con gli alunni e alunne disabilità nelle scuole.

E e poi punta il dito contro il contratto collettivo nazionale sottoscritto nel 2022 da Cgil e Cisl con le centrali cooperative Legacoop, Confcooperative e Agci, che definisce «un contratto penalizzante per i lavoratori, prevedendo, a parità di mansioni, retribuzioni inferiori anche del 30% rispetto a quelle contenute in altri Ccnl. E poi perché agli assistenti alla comunicazione viene applicato sempre il part-time ciclico verticale», aggiunge.

Nel settore si fa i conti anche con il turn-over che penalizza di certo i bambini, dunque, perché gli operatori cambiano molto spesso datore di lavoro, si licenziano perché non reggono le criticità del sistema, oppure perché vengono licenziati perché un comune si dimentica di applicare la clausola sociale nel cambio d’appalto.

È quello che è accaduto a una lavoratrice che è stata licenziata in un comune della provincia di Latina, e che si sfoga così: «Complice il precariato cronico che accompagna il lavoro di cura nelle cooperative, complice un contratto collettivo che non tutela gli operatori, complice l’assenza di clausola sociale e quindi di un vincolo per la cooperativa di garantire la continuità del servizio, i bambini che seguivo hanno perso l’operatore di riferimento e io ho perso il posto di lavoro. Dopo la pandemia, dopo la contrazione del servizio, venivo pagata a chiamata. E poi mi sono licenziata», conclude. «È un vero e proprio far west il mondo del lavoro nella cooperazione sociale. È così da Nord a Sud», dice dal palco di Roma una sindacalista.

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