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Le comunità energetiche rinnovabili hanno una storia che parte dai gruppi di acquisto ma solo adesso sono pronte a decollare, con due anni di ritardo, attraverso la piattaforma online di accreditamento del Gestore. Il Comune di Roma mette a disposizione del Terzo settore 1.200 tetti di edifici pubblici e scuole.

Le comunità energetiche rinnovabili sono al nastro di partenza. Dall’8 di aprile è online il portale del Gestore Servizi Energetici e quindi si possono presentare le domande per l’accreditamento dei progetti, ovvero per le richieste di contributi e tariffe agevolate. È una svolta epocale per i piccoli impianti di energie rinnovabili diffusi sui tetti delle case e nei territori. O, per dirla con le parole dell’economista Riccardo Troisi, è addirittura “una rivoluzione”. Troisi, che da tempo si occupa di economia sociale, spiega la nascita e la ratio di questo nuovo strumento di democrazia energetica: “L’Europa, con il fiato sul collo per gli obiettivi climatici, ha deciso politicamente che i cittadini possano autoprodursi l’energia di cui hanno bisogno e che lo possano fare in modo collettivo, mentre finora ciò non era permesso se non per l’uso personale, perché tutto il settore era e rimaneva saldamente in mano solo ai grandi monopoli”. 

Il cammino per arrivare allo start dell’8 aprile è stato lungo. Dopo varie iniziative sperimentali dal basso attraverso i gruppi d’acquisto, il percorso è iniziato ufficialmente con il decreto 199 del 2021, firmato dall’allora ministro della Transizione energetica Enrico Giovannini, che recepiva la direttiva europea RED II con l’obiettivo di triplicare l’energia prodotta da fonti rinnovabili in coerenza con il Green deal, l’abbattimento dei gas serra del 55%, rispetto al dato del 1990, alla data del 2030 e la decarbonizzazione totale al 2050. Dopo il cambio di governo e un certo lasso di tempo sono arrivate le regole attuative del ministero dell’Ambiente ora guidato dall’attuale ministro Picchetto Fratin: il testo fondamentale per rendere le CER, le comunità energetiche rinnovabili, non solo operative ma incentivate dallo Stato, perché sorgano ovunque. 

In effetti le CER, e le ancor più innovative CERS – ovvero le Comunità energetiche rinnovabili e solidali, cioè le comunità con progetti solidali associati e finanziati all’interno dello stesso progetto – hanno già mosso i primi passi. L’esperimento pilota è sorto a Napoli, nel disastrato quartiere di San Giovanni a Teduccio, dove Legambiente e due fondazioni cattoliche, hanno messo in piedi un impianto solare di autoconsumo e di finanziamento delle famiglie in stato di vulnerabilità energetica, cioè in difficoltà nel pagare le bollette. Altre sono già operative a Gubbio, vicino Taranto e in altre zone della Puglia, in Sicilia, in Calabria, nel Lazio. Un censimento iniziale, condotto da Legambiente, ne conta oltre quattrocento in tutta Italia. Tanto che è sorto anche un coordinamento: la Rete delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali. E c’è da credere che il balzo nelle rinnovabili segnalato negli ultimi due mesi da Terna, soprattutto nel Sud, sia un segnale anche della corsa iniziata dalle comunità energetiche e dei gruppi di autoconsumo per far fronte ai costi proibitivi delle bollette. E c’è da scommettere che, con l’avvio della piattaforma di accreditamento, lo sprint si manifesterà ancora di più.

Del resto sono partite da mesi le campagne di sensibilizzazione e informazione delle associazioni, che ora saranno affiancate dalla comunicazione istituzionale del GSE (qui il sito): il gestore statale con compiti di indirizzo strategico e di verifica, oltre che operativi e di accreditamento. 

A vedere dalla platea di uno degli ultimi incontri pubblici che si è svolto a Roma, a Spinaceto, popolare quartiere periferico della capitale, a inizio febbraio, le aspettative di una parte delle famiglie interessate ricalcano i meccanismi di incentivo del superbonus edilizio, ma non è così che funzionano gli incentivi per istallare i pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomìni e degli edifici pubblici e privati. Anzi, chi ha già istallato i pannelli condominiali con il superbonus è escluso dai nuovi incentivi tariffari. Può fare il gruppo di autoconsumo ma non ne avrà i benefici statali. I condomìni, e i super condomìni, godono però una facilitazione notevole: sono di per se stessi una comunità coerente, unita dall’allaccio ad una stessa cabina primaria della rete elettrica nazionale – requisito indispensabile – e non devono costituirsi in associazione davanti ad un notaio per diventare gruppo di autoconsumo energetico collettivo (AUC), l’altra faccia delle comunità energetiche: si decide a maggioranza e bastano tre condomini e le rispettivi parti millesimali del tetto. I condomìni devono solo procedere con un piano di fattibilità che preveda l’ammortamento dell’investimento iniziale dell’impianto, la gestione, generalmente affidata all’amministratore condominiale e il riparto dei risparmi. 

Quanto agli incentivi statali, sono suddivisi per due macro aree: le comunità che si trovano in Comuni sotto i 5 mila abitanti, che hanno diritto a contributi in conto capitale fino al 40% delle spese iniziali attingendo anche ai fondi del Pnrr (purché l’impianto sia attivato entro i 18 mesi dalla sua ammissione alla richiesta di finanziamento tramite piattaforma del GSE e purché le celle non oltrepassino i 2 gigawatt di potenza totali, con scadenza della contribuzione al 30 giugno prossimo); e le comunità che si trovano in territori comunali più grandi, sopra i 5 mila abitanti, che hanno benefici tariffari ma non sugli investimenti per l’istallazione degli impianti. 

A Roma, città metropolitana più estesa d’Italia, l’amministrazione capitolina sta puntando molto sulla diffusione delle comunità solidali. Entro fine aprile sarà pronto un apposito regolamento comunale che si propone di mettere a disposizione un gigantesco patrimonio di tetti per l’istallazione di impianto fotovoltaici che saranno gestiti non da ESCo (Energy Service company), cioè dalle imprese, ma da enti del Terzo settore per progetti di inclusione sociale: si tratta di 1.200 edifici pubblici e istituti scolastici. Ad occuparsene è Edoardo Zanchini, direttore dell’Ufficio Clima del Comune di Roma, che già da mesi sta lavorando alle prime sperimentazioni con i municipi di Roma Capitale. “Sì, – conferma Zanchini – abbiamo deciso di mettere a disposizione i tetti comunali per finalità sociali e ambientali ad associazioni ed enti benefici riconosciuti nel codice del Terzo settore, dai comitati di quartiere ai centri anziani, fino alle ong come Save The Children. Abbiamo contemplato due casi: il primo caso è riferito a impianti che restano proprietà del Comune di Roma -quando oltre ai tetti, anche gli investimenti iniziali sono comunali -; il secondo caso fa riferimento invece alle domande di una costituenda comunità energetica che attraverso la presentazione di un progetto ci chiede la disponibilità di un tetto per realizzare l’investimento e può chiederci una co-progettazione, sempre per obiettivi sociali”. Zanchini non ha ancora illustrato il regolamento, che è in fase di ultimazione ma poi dovrà essere approvato dalla giunta Gualtieri e dal Consiglio comunale, anticipa però che, con il limitato budget municipale, saranno finanziati 211 progetti attraverso contratti istituzionali di sviluppo (CIS), che includono anche ristrutturazioni e manutenzioni straordinarie degli edifici. Tra questi ci sono 15 scuole. Alcune delle quali avranno bisogno di batterie di accumulo perché, si sa, le scuole possono produrre molta energia fotovoltaica d’estate, quando sono chiuse, ma la consumano d’inverno. Anche se, in realtà, lo “scambio sul posto” tra energia prodotta e consumata ormai è essenzialmente virtuale attraverso la contabilità del gestore.

Uno di questi progetti, in fase di allaccio alla rete, è quello della scuola Moscati di Garbatella, finanziato dall’VIII Municipio di Roma con la partecipazione dell’Università Roma Tre e di altri soggetti associativi. “A Garbatella tutto è nato da un primo incontro tra i genitori della Moscati e alcuni comitati di quartiere. Ma ci aspettiamo la nascita di molte altre comunità solidali dal basso a Roma”, prevede Mauro Gaggiotti di “È nostra”, grande comunità energetica ante litteram collegata a Banca Etica, attiva dal 2014, che adesso offre consulenze per elaborare gli studi di fattibilità. 

Katiuscia Eroe di Legambiente è una delle ricercatrici che ha curato la prima guida alle comunità energetiche ora in fase di aggiornamento, e sostiene che il fenomeno è ancora “solo all’inizio, perché si sono persi due anni di tempo per avere i decreti attuativi”. E anche adesso che il percorso legislativo appare sostanzialmente completato, ed è stato attivato il portale del gestore, insiste che resta da completare il quadro regolatorio dal punto di vista fiscale. “Le CER e le CERS non devono avere una forma commerciale – spiega Eroe – e infatti non devono avere grandi impianti; resta però da capire se quel tot di soldi che vengono ripartiti ai soci della comunità sono tassabili o no, dunque se vanno denunciati nella dichiarazione dei redditi”. Altro problema rimasto insoluto, continua Eroe, è quello relativo al bando del PNRR. “Gli investimenti per i piccoli comuni finanziano i prestiti in conto capitale fino al 40% ma talvolta i massimali sono troppo bassi rispetto ai costi, specialmente se si deve prevedere un sistema di accumulo dell’energia prodotta”. Altra norma ambigua è quella che riguarda l’allargamento di una comunità energetica già esistente con l’ingresso di nuovi soci, una flessibilità finora non prevista ma che si verificherà sicuramente nell’arco del decennio di tariffazione agevolata. 

Nel frattempo è già in campo uno studio che, grazie alla collaborazione tra università di Tor Vergata, Next Nuova Economia e la Rete delle CERS, definirà, tramite indicatori di impatto, il contributo delle comunità energetiche allo sviluppo ambientale e sociale dei territori. Luca Raffaele, direttore di Next, ricorda che lo scopo principale delle comunità energetiche “è fornire benefici sociali, non guadagnarci in termini economici, favorire la partecipazione collettiva, creare un’infrastruttura sociale prima ancora che tecnica”.  E infine fornire al Paese una alternativa verde alla dipendenza dalle fonti petrolifere.

 

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