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Secondo la Treccani “accessorio” significa “che s’accompagna a ciò che è o si considera principale, quindi secondario, marginale, complementare”, e sempre la benemerita Cassazione della lingua italiana aggiunge che nel linguaggio giuridico la cosa o il bene accessorio sono ciò “che si trova in un particolare rapporto di connessione con la cosa principale, di cui serve a completare la funzione, pur mantenendo la propria individualità”. Più semplicemente per i dipendenti pubblici è accessorio quella parte di salario che si aggiunge allo stipendio base e dovrebbe fare la differenza, remunerando il merito e la professionalità del dipendente stesso, proprio le qualità sulle quali il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, vuole costruire l’architrave dell’imminente trattativa contrattuale. In estrema sintesi l’idea del ministro è quella di riservare aumenti, progressioni di carriera e scatti di stipendio ai dipendenti più meritevoli, quelli, cioè, che otterranno le valutazioni alte, o comunque superiori ad una nuova «soglia minima», tutta da definire, al di sotto della quale si perderà il diritto alla componente accessoria della retribuzione finale.

Agenzie fiscali, gli importi dei premi risultano “congelati” dal 2015

A leggere interviste e dichiarazioni sarebbe, insomma, questa la prima mossa con la quale il ministro intende aprire la partita a scacchi del nuovo contratto. In merito risponderemo al tavolo, ha poco senso, infatti, anticipare il confronto a mezzo stampa. Quello che però il ministro sa, perché tra l’altro l’ho anticipato proprio in un articolo pubblicato su questo sito, è che se vuole lanciarci la sfida di un confronto centrato sul merito e sulla produttività, noi di Confsal-Unsa, non ci sottrarremo. A patto, però, come ho già detto, che sia un confronto vero, a 360 gradi, dove lo Stato faccia la sua parte sapendo che non si può parlare seriamente di produttività se non si affronta anche il tema degli organici, carenti quasi di un terzo (posto più, posto meno) in ogni ramo dell’amministrazione. E già che ci siamo vorrei segnalare al ministro un’altra considerazione, tutt’altro che accessoria, che se si vuole puntare davvero tutto sulla parte aggiuntiva e complementare del salario, bisogna almeno eliminare il tetto che da qualche anno sta inaridendo questa fonte di retribuzione.

L’allarme, peraltro, lo ha lanciato una figura centrale della prossima contrattazione, cioè il presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, che intervistato dal Messaggero, ha spiegato che sul salario accessorio ogni amministrazione dello Stato non può superare il tetto dei fondi stanziati nel 2016. Un vincolo che vale per tutti, anche per chi avrebbe in realtà dei margini di bilancio per distribuire altri premi o aumenti di merito (perché dispone di risorse proprie, come le agenzie fiscali, le aziende sanitarie o le Università, oppure ha soldi in cassa dovuti a risparmi di gestione). Il tetto vale comunque per tutti, con il risultato che dal 2016 a oggi l’inflazione si è già mangiata una bella fetta di quel valore. Un bel problema, tanto che lo stesso presidente Naddeo invita il governo a togliere questo tetto, visto che con esso “le amministrazioni hanno le mani legate”, ed aggiunge infatti “che più che di tetto dovremmo parlare di un tappo che blocca le politiche retributive della amministrazioni”.

Dipendenti pubblici, da ora premi solo ai più meritevoli

Un tappo da far saltare senza se e senza ma, anche perché comporta altre distorsioni. Quando l’emergenza rende necessario distribuire incentivi straordinari, in presenza di questo tetto l’unico modo di procedere è per via legislativa, come è stato fatto recentemente con il bonus concesso ai dipendenti dell’Agenzia delle entrate per il superlavoro collegato al PNRR. “Ma tutte le amministrazioni sono impegnate su questo fronte e sarebbe giusto che anche gli altri potessero premiare i dipendenti”, ha osservato saggiamente il presidente Naddeo, invece, bloccare tutti e poi attraverso un emendamento a qualche legge, dare risorse aggiuntive a uno e non agli altri finisce per creare “una sorta di dumping tra le amministrazioni”.

Conclusione, quella del presidente dell’Aran, che non può che trovarci d’accordo, anche perché ci riporta alla considerazione iniziale, il merito e la produttività vanno premiati, ma la politica retributiva deve rispondere a una visione d’insieme e stabilire vincoli a priori, come il tetto, oppure adottare soluzioni tampone una tantum, come il bonus PNRR, è l’esatto opposto della strategia che noi auspichiamo. E vorrei essere ancora più chiaro, per evitare equivoci: non c’è dubbio che vada adeguatamente retribuito lo sforzo aggiuntivo richiesto ai colleghi dell’Agenzia delle Entrate per rispettare le tappe forzate delle procedure richieste dal PNRR. Vorrei però che si pensasse anche al fatto che questo carico di lavoro dipende, in larga parte, dal fatto che a fronte di una pianta organica di circa 43 mila dipendenti (dirigenti esclusi, ne risultano effettivamente in servizio all’Agenzia delle entrate circa 29 mila. Ecco, quindi, che ritorniamo al punto di partenza.

 

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